mercoledì, 11 febbraio 2009

La vera Casta in Italia sono i milioni di bravi cittadini che evadono più di 270 miliardi di euro all’anno, quelli che fanno politica una volta ogni cinque anni, quelli che ogni cinque anni consegnano masse di potere a pochi rappresentanti e poi si occupano solo dei fatti propri (come affidare a un bambino le chiavi del magazzino della Nutella e non controllarlo più, e poi lamentarsi che il bimbo ha finito col papparsela tutta). Ma anche quelli che, e parlo ora delle adoranti folle del V-day, si sentono ‘belle anime’ in lotta per Un Mondo Migliore perché si riversano nelle piazze ad applaudire l’istrione egomaniacale di turno, ma che chissà perché non compaiono mai nei luoghi del grigio vivere quotidiano a fare il lavoro noioso, paziente, un po’ opaco dell’impegno civico, del controllo sui poteri, della partecipazione continua, del reclamo incessante di standard morali e democratici, e della creazione di consenso fra la vera Casta.

Paolo Bernard

lettera settembre 2007

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domenica, 12 ottobre 2008

che strane le mattine, così diverse l'una dall'altra pur nella loro quotidianità.
stamattina per esempio sono solo le 9.30 e mi sembra di essere in piedi da 2 giorni.
mi sono alzato col rumore delle automobili dato che c'erano le prove del GP di formula 1
e che fai non giri alle 7 di mattina? e che fai non ti metti davanti alla tele a vedere le
prove? quindi dopo la sveglia con provvisoria pole position di felipe massa vado a lavoro,
accendo il pc, do uno sguardo alle notizie e scopro che è morto haider, l'erede più prossimo del nazionalsocialismo hitleriano. dico "cazzo, questa si che è una bomba!"
1 pensiero: forse un disegno divino?!? come per Bossi????
2 associazione di idee: bossi-lega-raidue-telegiornale di ieri sera
 
ieri sera ho vosto il tg di raidue, quello delle 20.30 circa. cazzo che tg pluralista! ho sentito
3 notizie 3,
la prima contro il regime cubano, contro fidel castro, suo fratello, i comunisti
la seconda contro quel sindaco che decide di non ricandidarsi a bologna, per capirci si
tratta di cofferati, sindaco di sinistra ex segretario nazionale CGIL, interviste-critica al suo
operato, siparietto finale del servizio con l'inviato dalla stazione che dice "per cofferati
prossima fermata parlamento europeo" (magari le parole non son proprio queste ma il concetto resta). terzo servizio su un incontro a milano dal tema Turati e il socialismo riformista. la presentazione fatta da questa giornalista biondotinta e fintogiovane dice: milano rende onore a Turati maltrattato dalla sinistra. e giu a parlare di turati (tralaltro MARXISTA) e a dire che purtroppo i comunisti non l'hanno trattato nel migliore dei modi e a ricordare quanto fosse meschino togliatti. il top lo si raggiunge con l'intervista a Cicchitto. minchia cicchitto che parla di turati e togliatti non si può proprio sentire.
fine dei tre servizi mi sono alzato da tavola contento che in italia ci sia ancora chi fa del giornalismo serio, contento che almeno la rai è rimasta indipendente e non faziosa.

 
un'ultima cosa bella di questa mattinata è questo sito:
http://www.sasi.group.shef.ac.uk/worldmapper/index.html
 
per capire di che si tratta:
http://internazionale.it/interblog/index.php?itemid=2588

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mercoledì, 08 ottobre 2008
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giovedì, 18 settembre 2008

Non poteva mancare qualche spunto sulla crisi finanziaria mondiale. oggi su repubblica è uscito questo articolo firmato da Vittorio Zucconi. Davvero un bel pezzo, una vita che sembra romanzo, un giornalismo che diventa letteratura.

Ne riporto alcune parti ed il link dove è possibile leggerlo tutto. uno spaccato di vita vera nel bel mezzo del crollo finanziario

 

"La mia vita in bilico nel casinò Wall Street"

NEW YORK - "Esco di casa quando voi dormite, come i ladri. Perché adesso questo sono diventato per voi, il malfattore, l'untore, io che fino a ieri ero l'incarnazione del nuovo secolo americano, questa sera potrei tornare a casa con la mia vita in una scatola, buttata alla rinfusa con i ritratti dei figli che non vedo mai, la foto della moglie che sta già parlando con l'avvocato divorzista, il cappelluccio dei New York Yankees, la coppetta vinta nel torneo aziendale di softball a Central Park, il blackberry muto e il rolodex di clienti che sei mesi fa mi chiamavano a casa di notte per offrirmi soldi e oggi non si fanno trovare. Oggi sono il predatore diventato preda e quella scatola sarà la mia bara di cartone".

[…]

Un milionario con le pezze al sedere, senza soldi per pagare le rate di quella casa che non avrei mai dovuto comperare, senza fondi per le scuole private dei figli, senza scorte per saldare i debiti dello shopping nelle boutique dei "mall" di lusso, e senza nessuna possibilità di trovare un altro posto.
Non c'è bisogno di un master a Yale per sapere che il livello delle spese sale sempre con il livello del reddito e anche oltre: questa è la terra del credito. Sarò un profugo come almeno altri 70 od 80 mila come me, che oggi vagano per le vie di Manhattan con il Range Rover a due settimane dal pignoramento per morosità, agitando come barboni da Zegna e Armani curriculum che non interessano a nessuno. Per dare la caccia a posti che non ci sono più, neppure a un decimo di quello che avrei guadagnato ieri.
Sono un broker di "investment bank", settore "hedge funds" e "derivate" che neppure sto a spiegarvi che cosa siano perché non l'ho mai capito neppure io, se non che erano formule create da "idiot savants" sui computer per far fare soldi a tutti, finché ce n'erano, e adesso per farli perdere a tutti.

[…]

Eravamo gli dei senza controlli governativi, senza quei rompiscatole moralisti e statalisti che fanno le pulci alle banche commerciali, esaltati come i pionieri di un mondo nuovo e senza frontiere, noi che dalle scatole di cristallo e targhe di bronzo alle porte, Bear Stearns, Lehman Brothers, Morgan Stanley, Goldman Sachs, JP Morgan, AIG, giocavamo ai "Masters of the Universe", ai signori dell'universo. E oggi ci guardiamo allo specchio lavandoci i denti alle quattro chiedendoci che mestiere potrebbe fare un prete se un giorno qualcuno dimostrasse che Dio non c'è più.

http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/economia/borse-7/scatola-broker/scatola-broker.html


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martedì, 16 settembre 2008

Nel bel mezzo di una crisi internazionale non capisco l’Italia da che parte stia, nessuno me lo dice. I rapporti con i paesi stranieri non sono rapporti tra stati, diplomatici,  ma rapporti personali di stretta “amicizia” tra il nostro premier e l’ospite di turno. USA e Russia sono ormai ai ferri corti e noi come al solito stiamo un po’ qua e un po’ là. Telefonata a Putin, telefonata a Bush. Qualche interesse da una parte e qualche interesse dall’altra, stando attenti all’Europa e aspettando che il vincitore, se mai ce ne sarà uno, ci ospiti sul suo carro. Una vecchia storia italiana.

Continuo a non capire. In nome di un patriottismo, che nessuno ha, ci stanno convincendo che salvare Alitalia è il fine ultimo del nostro paese. Aprendo i giornali si legge di estenuanti contrattazioni, si legge di 3-4 mila esuberi. Ci sono i sindacati in rivolta e gli speculatori pronti a spartirsi gli utili, ci sono proteste e discese in campo.

Alitalia è il trampolino di lancio per l’economia italiana, in un nord che conta una decina di aeroporti, senza Alitalia come fanno i politici a raggiungere Roma gratis? E tutti i patrioti d’Italia come farebbero a viaggiare spendendo almeno 5 volte tanto il prezzo di qualsiasi altra compagnia? Chi non vorrebbe il salvataggio di Alitalia?

Girando la pagina si legge: scuola, 80 mila tagli. La scuola può pure ridimensionarsi, non è che serva più di tanto. Niente scuola di bandiera?

Ed ecco il piano salva scuola, la cordata è partita anche se siamo solo all’inizio.

C’è dentro pure Colaninno? E la Mercegaglia?

L’idea è riservata, per il momento, alle elementari. Maestro unico mantenendo il tempo prolungato e riducendo le ore di scuola. Quindi riduciamo le ore, riduciamo gli insegnanti ma diamo lo stesso servizio. E come?  E le famiglie con entrambi i genitori che lavorano? Al pomeriggio dove lasciano i figli? Cosa fanno iniziano a lavorare part time? Pagano doposcuola privati? Baby sitter? E come fanno quadrare un bilancio familiare già precario? Tutto questo è meno importante della tratta Linate-Fiumicino? 

Continuo a non capire. Lo dice pure Fabry Fibra, che non mi sembra proprio un esperto di politica, “sei nato nel paese delle mezze verità”. El clarin rivela i contenuti delle intercettazioni del ministro Carfagna riguardo a lavoretti poco istituzionali. Una donna che fino a ieri faceva calendari per camionisti e che oggi si inorridisce delle donne che vendono il proprio corpo…povera!!! Tutto tace. In Gran Bretagna quei comunisti sovversivi dei magistrati hanno assolto L’economist citato a giudizio dal nostro premier per un articolo diffamatorio sul suo conto. Il nostro è stato condannato a risarcire tutte le spese giudiziare dal 2001 a oggi. Forse era tutto vero? Di cosa parlava quell’articolo? Perché l’economist è stato assolto? In  un paese normale a quelle domande darebbe risposta ogni telegiornale all’apertura o ogni giornale in prima pagina, qui invece tutto tace.

Le banche americane falliscono, l’economia capitalista, nel paese più capitalista inizia a scricchiolare. Lo stato interviene nel paese più liberista del mondo. La borsa crolla e il nostro pavimento inizia a scricchiolare.  Intanto però il premier scherza con una campionessa olimpica che da lui si farebbe toccare.

Sono proprio tempi che non capisco. I giornalisti dell’Espresso pubblicano un articolo sui rifiuti campani con tanto di parole di un pentito che inizia a far nomi e cognomi (tra gli altri un sottosegretario di governo) e subito la guardia di finanza perquisisce la sede del settimanale e le case dei giornalisti. Al telegiornale al solito non si sente niente tranne che Napoli è tornata a splendere di luce propria.

In attesa che lo scontro politico internazionale diventi scontro tra un cacciatore di tigri (Putin) e una cacciatrice di orsi nonché squoiatrice di alci (Palin) ci consoliamo col sondaggio di oggi pubblicato da Repubblica che registra negli italiani un aumento di fiducia nel governo, nei partiti di governo, nel premier, ma soprattutto nei confronti del ministro delle pari opportunità.

Beh il cerchio si chiude, direi che ci siamo…forse.
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martedì, 16 settembre 2008

Torno qui dopo una lunga pausa. un pausa che ha ben poco di riflessivo e molto più di vacanziero. Quell’ozio estivo che è difficile da rimuovere, quella voglia di “dolce far niente” che piano piano si lava via, come l’abbronzatura dopo le prime giornate uggiose settembrine.

 

Ci sono un paio di cose che mi hanno spinto a esser qui ancora. La prima è la vergogna che provo nell’essere connazionale di uno che in televisione parla così:

 

http://it.youtube.com/watch?v=WJMhc2GBUL4

 

voglio dire, puoi prendertela con chi ti pare, puoi schierarti politicamente e insultare chi vuoi ma….non Saviano.

 

Saviano no! O stai da una parte o stai dall’altra…

 

 

 

Restando in tema, ho trovato un articoletto carino carino sul solito sito di internazionale:

 

http://www.internazionale.it/home/primopiano.php?id=19360

 

 

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domenica, 03 agosto 2008

[Le Temps]

I suoi alleati politici della Lega Nord, il partito autonomista di Umberto Bossi, non hanno ancora preteso che a Bruxelles si parli anche in dialetto lombardo. Ma Silvio Berlusconi ha espressamente chiesto ai suoi ministri di difendere con le unghie e coi denti l’italiano in tutte le istanze europee. Ha persino invitato i membri del suo governo ad abbandonare le riunioni se in futuro le traduzioni in italiano non dovessero essere garantite in qualsiasi occasione dall’Unione Europea.
In una lettera a loro indirizzata, il presidente del Consiglio ricorda quindi ai suoi ministri che “il regime linguistico delle istituzioni dell’UE mira a stabilire l’equivalenza tra le lingue degli Stati membri ed il rispetto della diversità linguistica e culturale. Bisogna opporsi alla pratica lanciata dalla Commissione che introduce la nozione ambigua di lingua di lavoro o di procedura, creando una gerarchia tra lingue a favore di inglese, francese e tedesco”, prosegue con insistenza: “occorre fare in modo che l’interpretazione passiva ed attiva in italiano sia garantita e valutare la possibilità concreta di non partecipare alle riunioni se tale soluzione non è garantita”. Per ragioni pratiche, l’UE a 27 membri ha effettivamente la tendenza a privilegiare alcune lingue nelle riunioni informali. Si tratta generalmente del francese e dell’inglese, così come la lingua del paese che assicura per sei mesi la presidenza dell’Unione o il tedesco.
Di fronte a questa situazione Silvio Berlusconi ha allora chiesto al proprio ministro degli esteri, Franco Frattini, di condurre “la battaglia in difesa dell’italiano”. Garantisce di avere il sostegno dello spagnolo José Luis Zapatero. Frattanto, il nuovo commissario italiano e vicepresidente della Commissione, Antonio Tajani, avrebbe, secondo il Corriere della Sera, imposto la lingua di Dante come idioma di lavoro al suo ufficio di Bruxelles. Subito dopo il suo arrivo, ha anche cambiato automobile preferendo una bella italiana ad un veicolo tedesco.

italiadall'estero.info

...tra poco, come quando c'era lui, verranno vietati gli inglesismi e i francesismi...

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mercoledì, 16 luglio 2008

Federcultura ha presentato al ministro Bondi il rapporto sulla situazione culturale italiana.

ecco il rapporto:

L’ITALIA NELLA COMPETIZIONE INTERNAZIONALE

Indci generali di “invecchiamento” del sistema Italia (Fonti: elaborazione Federculture su dati Eurostat)

L’Italia è:

    al 15° posto in Europa per produttività del lavoro (per ora lavorata);

    al 17° posto in Europa per quota di PL destinata a Investimenti in Ricerca e Sviluppo

    al 23° posto in Europa per quota di PL destinaa alla Spesa in ICT

    al 24° posto in Europa per quota di PL destinaa alla Formazione delle risorse umane

    al 16° posto in Europa per Formazione Continua (percentuale di adulti che la fanno)

       

La nostra migliore università pubblica è al 173° posto nella graduatoria dei migliori atenei del mondo

Secondo il World Economic Forum, nel 2007 l’Italia si colloca al 46° posto nella classifica mondiale della competitivià.

 

Lo stato di salute del sistema formativo

                  Secondo la classifica OCSE-PISA i nostri quindicenni sono al 33° posto per competenze in lettura, al 36° per cultura scientiica, al 38° posto per quella matematica

                  I professori sotto i quarant’anni rappresentano il 17% del totale, contro il 28% della Francia

 

Le difficoltà per le nuove generazioni

                  6.000 “cervelli” ogni anno lasciano l’Italia per gli Stati Unii

                  Il tasso di disoccupazione giovanile (>25 anni) in Italia è pari al 20,3%, peggio di noi solo Polonia, Grecia, Croazia

 

L’Italia è il secondo paese esportatore di prodotti creativi a livello mondiale dopo la Cina e il primo tra quelli delle economie sviluppate

 

LA SPESA PER LA CULTURA

In Italia si spende il 6,8% del budget familiare per la voce ricreazione e cultura, contro il 9,4% della media UE a 27 e il 12,5% del Regno Unito.

Ricreazione e cultura - % sulla spesa totale delle famiglie

 

I CONSUMI CULTURALI

 

In Italia nell’ultimo decennio (1997-2007) sono aumentati tutti i consumi culturali. Si nota un’attenzione crescente soprattutto verso le attività teatrali, il cui tasso di partecipazione in dieci anni è aumentato del 23,5%, e i concerti il cui pubblico è cresciuto di circa l’8%.

 

L’ATTRATTIVITÀ DELL’ITALIA E IL TURISMO

Secondo l’ edizione 2007 del Country Brand Index, curato da Future Brand, l’Italia occupa oggi il quinto posto, nella classifica mondiale per attrattività e grado di notorietà internazionale, basata sul giudizio di operatori, esperti del settore e viaggiatori.

Nello specifico, l’Italia si classifica al primo posto per il patrimonio artistico e culturale, e al secondo, dopo l’Egitto, per il patrimonio storico.

de repubblica.it http://download.repubblica.it/pdf/2008/cultura-italia.pdf

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martedì, 15 luglio 2008

Pino Corrias - La Domenica di Repubblica - 13 luglio 2008

Siamo frazioni di Pil. Funzioniamo a petrolio. Ora che il prodotto interno lordo si e’ bloccato e che il petrolio sale alle stelle, la nostra vita va in bancarotta. È l’equazione che non ci fa più dormire, da quando la fine dell’ipnosi collettiva — del denaro in plastica, dei debiti immateriali, dello sviluppo perpetuo, della speculazione infinita, dei mutui in saldo, del frigo pieno, dell’inflazione vuota — ci ha svegliato dal sonno delle aspettative crescenti. Vivremo (per necessità) la vita di ieri. Accettando un po’ meno per tutti. Riscoprendo la lentezza come valore in sé, non solo per incrementare il risparmio energetico. Come il traghetto Scorpio, che fino a ieri correva in tre ore e mezza, a quaranta nodi, sulla linea Livorno-Olbia. E che oggi scivola in sei ore, a venticinque nodi, non più “super veloce”, come recitava la pubblicità, sull’identica rotta, ma con una filosofia capovolta: godetevi il viaggio.

Il G8 a Toyako pianta alberi e centrali nucleari, senza sospettare l’ossimoro, né immaginare una strategia per fermare la crisi planetaria, generata (anche) da immense speculazioni finanziarie che muovono capitali transnazionali con un solo impulso digitale. E nelle stesse ore, in Italia, Confesercenti comunica che in meno di tre mesi, hanno chiuso tredicimila piccoli esercizi commerciali. C’è relazione? Le azioni della General Motors sono scese fino a dieci dollari, lo stesso prezzo del 1955. American Airlines sta licenziando migliaia di dipendenti. Starbucks ha appena chiuso seicentocinquanta caffé. E qui da noi i Comuni più grandi, da Milano a Torino, a Bologna a Genova, spediscono agli autisti dei mezzi pubblici un vademecum per «uno stile di guida più confortevole», cioè a dire meno aggressivo, per rosicchiare un risparmio del quattro per cento. C’è relazione?

Il regno della Barclays Bank vacilla in Gran Bretagna. Si salva con una iniezione di nove miliardi di dollari da investitori di Cina, Singapore e Paesi arabi. Il debito estero degli Stati Uniti, che ha raggiunto la cifra stratosferica di novemila miliardi dollari, è per metà sottoscritto dai Paesi asiatici. Mentre il debito dei cittadini americani con le proprie carte di credito, supera quello che il Terzo Mondo ha contratto con il Primo. Quel modello di vita e di consumi che sembrava razionale, si rivela irragionevole.Ci ha trasformato in vittime di un pensiero magico che fonda le identità sulle apparenze e il possesso di cose in gran parte inutili. Nutre il cuore di oggetti. Nutre il cuore di desideri.Nutre il cuore di frustrazioni. E placa le vanità con l’omeopatia delle mode. Sarà magari una coincidenza, ma da noi il nuovo ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, annuncia il prossimo ritorno dei grembiuli a scuola. Perché sono pratici, egualitari, e specialmente «fermano la gara delle griffe».

L’Istat comunica che i consumi in Italia si sono fermati. Anzi arretrano in quantità e qualità. Non accadeva da sei anni. E da molti di più in un quadro economico così negativo. I dati ci informano che mangiamo meno carne rossa, meno pesce, in compenso compriamo più polli e più uova. Spendiamo meno in vestiti e meno in scarpe. Ci teniamo distanti dalle marche più pubblicizzate.Destiniamo sempre più attenzione ai prezzi, e sempre meno alla qualità. Affolliamo gli hard discount, i centri commerciali, gli outlet.

Fotografie sociali inquadrano pensionati, ma ormai anche giovani coppie, tra le bancarelle dei mercati, verso l’ora di chiusura, quando si compra a metà prezzo. Osservatori, magari un po’ troppo precipitosi, dicono che «cominciamo ad assomigliare all’Italia degli anni Cinquanta», pochi consumi, salari smagriti, inflazione in agguato. Insicurezza. Persino una nuova “tessera del pane” per i più poveri, anche se in versione plastificata. Come se fossimo tutti precipitati in un passato che adesso ci declinerà al futuro.

La Rete — che è poi lo specchio di differenti generazioni di ceto medio — registra ansia e desideri frustrati. Probabile che non avremo mai più un lavoro migliore dei nostri padri. Né altrettante sicurezze di stabilità, compresa quella del tempo libero. Né lo stesso diritto alla salute, e naturalmente ossigeno da respirare, luoghi da scoprire, sogni eccentrici da immaginare. Stiamo finendo di bruciare quel che resta del Pianeta. Noi siamo in quella fiamma.

L’aria condizionata americana sta andando fuori uso. Calcolano che la voragine dei subprime abbia generato un buco da 1.400 miliardi di dollari. Meno di un terzo sono stati coperti dalle banche statunitensi coinvolte. Il resto viaggia da un anno come una bolla di idrogeno fuori controllo nel fuoco perpetuo del denaro globale. Stiamo parlando di un potenziale esplosivo da mille miliardi di dollari. Qualcosa di più di quel celebre battito d’ali di farfalla che generando vento su una costa dell’economia globale, scatenerà il tifone nel Golfo del Tonchino. E la sua risacca proprio davanti a casa nostra.

Era dai tempi in bianco e nero dell’austerity che le molte superfici di vita italiana — le strade, le piazze, i rotocalchi, la sequenza dei consumi esibita nei telegiornali — non venivano sterilizzate nel fermo immagine dell’imminente precipizio. Era l’autunno del 1973. Il vento veniva dalle alture del Golan e lungo il Sinai dove i carri israeliani avevano appena inchiodato e poi respinto le armate dell’Egitto e della Siria. I Paesi arabi a novembre chiusero il rubinetto dei pozzi e il petrolio schizzò da sette a trentatré dollari al barile. Fu l’inizio di una nuova era. Il panico di tutte le economie nazionali d’Occidente, in Italia si arricchì di molti scongiuri, impreparazione ai rimedi, e del solito teatro in pubblico. Producendo — oltre allo shock delle banche e dei bilanci più fragili e dei fallimenti a catena — un nuovo folclore della crisi. Il quale schierava non solo apprensione e biciclette, ma pure pattini, cavalli, carrozze d’altri tempi, capaci di arredare come una festa della creatività nazionale le prime domeniche a piedi. E contrastare gli spettri che la crisi generava, azzerando i consumi e la luce, con un po’ di autarchia e il fatalismo di Eduardo, ha da passà ‘a nuttata. Anche se dietro al sipario, le città spegnevano davvero i propri generatori, addio lampioni e insegne. Chiusi i bar, i ristoranti e i cinema dopo le ventitré. Anticipato di mezzora persino il telegiornale del primo canale, alle ore venti. E gli economisti sapevano bene che “la nuttata” sarebbe durata almeno un decennio di feroci ristrutturazioni industriali, tagli, riconversioni, con tutte le conseguenze sociali del caso.

E oggi? Oggi con il petrolio che corre verso i fatidici duecento dollari a barile (entro un anno, dicono gli esperiti) tornano gli stessi spettri, ma dentro a un pianeta nel frattempo diventato piccolo quanto un unico condominio. Con molta più anidride carbonica in circolo. Molto meno ghiaccio ai Poli. E due colossi appena nati, l’India e la Cina, che funzionano come idrovore globali, trasformando non solo il petrolio, ma anche i territori d’Africa e Brasile in energia. L’energia in merci a basso prezzo. I prezzi in permanente conquista dei mercati. Tutto secondo quelle stesse leggi del capitalismo perfetto che sembravano la nostra chiave di volta e che adesso sono la serratura che ci imprigiona.

Siamo, secondo Ulrick Beck, dentro la società del rischio e dell’incertezza. Galleggiamo nella modernità liquida descritta da Zygmund Bauman, dove diventano sfuggenti, perché fluidi, i punti cardine di una solidità perduta, il lavoro, la comunità, l’idea di progresso perpetuo, l’identità col proprio territorio che un tempo ci garantiva dalla paura e dalla solitudine. Ci aspetta lo sciame sismico lungo i dirupi del ceto medio. E siamo alla prima crisi della generazione Low Cost, quella che in una manciata di anni ha imparato a volare easyJet. A mangiare McDonald. A vestire Zara. A arredare Ikea. A declinare consumi e stile di vita in quell’anello globale dove stanno approdando altre moltitudini decise a occupare lo spazio volatile delle offerte (sempre) speciali e last minute. Da noi, dove una famiglia su due vive al di sotto dei ventisei mila euro l’anno, si allarga quel gruppo sociale che convive con l’incognita della quarta settimana. Ma anche quello appena successivo, che scala il fine mese, arriva in vetta, ma con zero euro nello zaino.

Solamente nell’ultimo anno la bolletta di luce e gas è aumentata tre volte, per un totale di 190 euro. Mentre in sei anni — secondo la Banca d’Italia — gli stipendi dei lavoratori dipendenti sono cresciuti in termini reali dello 0,96 per cento. Per la Camera di commercio di Milano la soglia per una «accettabile sopravivenza» è salita a 1.400 euro mensili per un single, a 2.151 euro per una coppia. Cala di un terzo a Palermo. Ma è in fragile attesa del prossimo rincaro dei mutui. Nascono contromisure. Come quella, anche pittoresca, degli orti di guerra — la guerra è ai prezzi, con trincee più colorate di quelle vere — che rivivono nelle grandi città e si moltiplicano in provincia. Fazzoletti di terra un tempo abbandonati, magari quelli vicini alla ferrovia, coltivati a ortaggi stagionali. Trasformando quel passatempo da pensionati con il cortile non solo in una nuova integrazione di pomodori e zucchine all’economia familiare. Ma anche in un modo di coltivare, magari in un solo centimetro quadrato di libertà, quel vecchio seme sociale dell’autosussistenza. Nascono contromisure. Come il deflusso dalle grandi città. Che integra la necessità, con l’avventura di nuovi lavori, la riduzione dei consumi, il rallentamento dei ritmi di vita, e il piacere di un tramonto non esistenziale. E che finisce per alimentare nuovi mercati. Come quello della casa ecologica. Che è un gesto. Una intenzione di vita più in armonia. E non solo la buona idea finalizzata al risparmio energetico, grazie ai materiali in fibre vegetali, ai soffitti coinbentati, ai doppi vetri, all’uso intensivo di energie rinnovabili. È un mercato che secondo l’Enea oggi vale tre miliardi di euro. È destinato a moltiplicarsi nei prossimi decenni. E a diventare un elemento strutturale della nuova era che ci aspetta.

Perché se mai esiste una via d’uscita dalla crisi che ci sta mandando in malora il futuro, sta in quel cambio di sguardo. Di consapevolezza. Di prospettiva.Dice Serge Latouche che la società «è diventata una megamacchina, della quale noi siamo un frammento». La megamacchina si è inceppata. Va alla deriva. Non è poi detto che la nuova rotta, intrapresa per allarme o sfinimento, conduca necessariamente al fallimento. E che rallentare la nostra corsa, che oggi ci toglie il fiato, non sia anche un nuovo modo di andare avanti.

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lunedì, 14 luglio 2008

Curzio Maltese - Contromano - Il Venerdì di Repubblica, 11 luglio 2008

Non trascorrevo un lungo periodo negli stati uniti dal '94, l'anno dei mondiali americani. Grazie e Internet, viaggiare in America costa ormai molto meno di una vacanza a Fregene. Qualcuno ha detto che l'America è come un bambino, lo riverdi dopo un anno e ha gia mutato volto. Incredibile quanto sia cambiata in quattordici anni. Si sono consumate le lunghe stagioni di potere dei Clinton e dei Bush. Il prossimo presidente, secondo i sondaggi, potrebbe essere un afroamericano, ed era impensabile nel '94. Un mancato presidente, Al Gore, ha vinto il premio nobel per la pace con la battaglia per l'ambiente. La new economy legata alla rete ha fatto in tempo a nascere, crescere, esplodere, collassare e riprendersi. Wall Street e il dollaro hanno toccato i massimi e i minimi dal dopoguerra. Ci sono stati l'11 settembre e due guerre.

Il più grande mercato del mondo è il luogo dove si può meglio misurare l'incredibile boom delle economie orientali. Gli uomini d'affari cinesi e indiani sono ovunque, ma soprattutto sono ovunque le loro merci. Le grandi città americane hanno cambiato pelle, si sono arricchite di straordinari capolavori di architettura contemporanea. Non soltanto New York, ma Los Angeles, San Francisco, Chicago, Houston, Miami, Boston. Il paese sembra più povero e ingiusto, ma è sempre vitale, capace di reagire. La magistratura in questi anni ha potuto condannare con pene pesantissime gli uomini più potenti del paese, dai manager della Enron alle multinazionali del tabacco ai cardinali cattolici coinvolti in scandali di pedofilia. E nessun potente vi ha trovato ragioni per una crociata contro i giudici.

Poi si torna in Italia. Il tg del luglio 2008 sembra uan puntata d'archivio di Blob, uguale a uno del luglio 1994. Il premier, il solito, attacca i magistrati per via dei suoi processi, che sono diversi da quelli del '94, caduti in prescrizione, e saranno caduti in prescrizione per il 2022, quando un Berlusconi quasi novantenne insulterà altri magistrati per altri processi destinati a cadere in prescrizione. La Lega vuol semrpe prendere le impronte agli stranieri. Per il loro bene. Un encefalogramma dei leader leghisti, sempre per il loro bene , non è mai all'ordine del giorno. Il minisdtro dell'economia del '94, e di ora, continua a promettere che abbasserà le tasse, a partire dal 2010. Il ponte sullo Stretto si farà, oggi come nel '94. Eccoci a casa.

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